Terzo settore

La legge “SpazzaTerzosettore”: si profila una soluzione?

Immaginiamo un’associazione che fa doposcuola ai bambini o un laboratorio per ragazzi disabili,  o un’associazione di anziani che in uno dei tanti piccoli Comuni di qualche centinaio di abitanti che caratterizzano il nostro Paese svolgano piccole attività di interesse generale: animano le feste del paese, svolgono attività di solidarietà verso i cittadini più deboli, quali visite a domicilio ad altri anziani in condizioni peggiori e consegna di pacchi alimentari a famiglie indigenti.

Immaginiamo altresì che un membro del direttivo di una di queste associazioni sette o otto anni prima abbia fatto una breve esperienza nel proprio consiglio comunale.

Bene, in virtù di ciò, secondo la legge 3/2019, conosciuta come “Spazzacorrotti”, l’associazione di volontariato in cui opera – poniamo con un bilancio alcune migliaia euro annui, frutto di quote degli associati e di un piccolo contributo di una fondazione – è sottoposta ad un insieme di obblighi di pubblicità e trasparenza analoghi a quelli dei maggiori partiti politici italiani; l’idea sottostante è che in fondo gli enti di Terzo settore tendano a essere dei collettori di voti e che quindi, quando sia presente il minimo indizio di collegamento con la politica, ad essi vadano assimilati.

 

Essere equiparati ai partiti politici porta, al di là di alcune restrizioni irragionevoli ma, probabilmente, nella maggior parte dei casi, con poca valenza pratica (divieto di ricevere contributi da chi non è iscritto alle liste elettorali, da enti pubblici e privati esteri, da soggetti contrari a rendere pubblici i propri dati), anche taluni oneri operativi significativi: l’obbligo di istituzione e di annotazione in apposito registro dei dati relativi al contributo ricevuto e al donatore,  obbligo di redazione annuale e trasmissione del rendiconto certificato da una società di revisione alla Commissione per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti e dei movimenti politici, obbligo di pubblicazione dello statuto e del rendiconto sul sito internet e di trasmissione dell’elenco di chi ha contribuito con più di 500 euro alla Presidenza della Camera dei deputati entro il mese successivo alla donazione. L’inadempienza a tali norme è punita con sanzioni sproporzionate: ad esempio la mancanza di trasmissione del bilancio certificato da una società di revisione comporta una sanzione da 12 mila a 120 mila euro; la mancata trasmissione dell’elenco dei donatori alla Presidenza della Camera con sanzione da due a sei volte il contributo percepito e interdizione dai pubblici uffici.

Tali obblighi interessano, come si diceva, gli enti di terzo settore nei quali anche un solo membro dell’organo direttivo ricopra o abbia ricoperto nei dieci anni precedenti una carica pubblica (da un ministro ad un assessore comunale o presidente di una circoscrizione) o elettiva (dal parlamento ad un consiglio comunale di un piccolo comune) a qualsiasi livello. Tali circostanze, tra l’altro, non sono per nulla infrequenti dal momento che spesso cittadini particolarmente attivi, soprattutto nei piccoli comuni, ricoprono nel corso della loro esistenza sia ruoli nel terzo settore che nei consigli comunali senza che per questo sia minimamente legittimo presupporre per questo fatto che l’Ente di Terzo settore costituisca un’articolazione di un partito politico.

Insomma, obblighi del tutto sproporzionati e non ragionevolmente attuabili dalla gran parte degli enti di Terzo settore italiani, fondati su una presunzione maliziosa, difficilmente argomentabile laddove il legislatore si sentisse sottoposto all’onere della motivazione: che in realtà il Terzo settore, tutto il Terzo settore, altro non sia che una finzione strumentale ad inconfessabili interessi politici. Una cultura del sospetto ideologica che, pochi mesi dopo l’infortunio e la successiva soluzione della questione relativa all’IRES, si ripropone in termini ancora più estremi.

 

A fronte di ciò il Forum del Terzo settore e diversi organi di stampa hanno evidenziato l’irragionevolezza della norma in questione ne è seguita una interlocuzione politica tra Forum del Terzo settore e il Ministro della Giustizia Bonafede, dove sembra emergere la disponibilità del Governo a lavorare per inserire talune modifiche all’attuale testo.

Ciò detto, e nella convinzione (o speranza) che una soluzione, quantomeno parziale, possa essere trovata in tempi relativamente brevi, si ritiene utile mettere in luce alcuni elementi della vicenda.

Nel merito, si tratta del terzo caso in pochi mesi in cui la politica ritiene prioritario porre a carico del Terzo settore un qualche aggravio aggiuntivo economico o burocratico: le norme sul D.lgs 97/2016 “Decreto Trasparenza” sulla pubblicazione dei dati sui contributi e corrispettivi ricevuti, la già richiamata questione sull’Ires e ora la “Spazzacorrotti”. Vero è che in qualche misura a fronte di una reazione del Terzo settore e dell’opinione pubblica alcuni di questi provvedimenti sono stati in parte modificati, vero è che esistono anche circostanze di segno diverso, come l’apprezzamento non formale espresso poche settimane fa dal Presidente Mattarella o l’istituzione della Cabina di Regia. Ma un certo preconcetto strisciante, per cui il Terzo settore è luogo di primario ove cercare corruttele, guadagni illeciti e opacità si ripropone con una certa frequenza nell’attuale quadro politico. In questo caso specifico, poi, emerge un pregiudizio difficilmente argomentabile, che nega dignità e autonomia alle azioni del terzo settore, per relegarle, a minimo indizio e con giudizio sommario, nel dominio degli interessi di parte. Se in un gruppo di venti volontari che operano con ragazzi disabili un membro del direttivo ha fatto il consigliere comunale alcuni anni fa, l’operato dell’associazione della quale fa parte è nel suo complesso inquadrato come probabile ingranaggio di un meccanismo di veicolazione del consenso ad una qualche forza politica.

Circa gli aspetti di metodo, proprio la sopra citata Cabina di Regia dovrebbe servire ad evitare l’eventualità che si intervenga normativamente sul Terzo settore con provvedimenti estemporanei ed estranei al Codice del Terzo settore, ricreando il “doppio binario” che la Riforma del Terzo settore aveva voluto abolire: da una parte il Codice del Terzo settore, appunto, con il suo sistema di obblighi, diritti e doveri, dall’altra normative sugli stessi temi che prescrivono però cose diverse, con un esito confusivo e disorganico. Vi è da sperare, da questo punto di vista, che l’istituzione della Cabina di Regia possa limitare in modo decisivo episodi come quello qui trattato.

 

Infine, un aspetto contingente. Se è vero che le disposizioni più rovinose – in primo luogo l’obbligo di certificazione del rendiconto da parte di una società di revisione, con i conseguenti costi sproporzionati – si applicheranno alla chiusura dei prossimi bilanci e quindi è possibile cercare soluzioni nei mesi che intercorrono – l’obbligo di trasmissione alla Presidenza della Camera dei deputati dell’elenco dei soggetti che hanno erogato finanziamenti o contributi di importo superiore a 500 euro incorre dal mese solare successivo a quello di percezione; ed essendo la legge vigente dal 31 gennaio, parrebbe avere la sua prima applicazione in questi giorni. In sostanza: un ente di Terzo settore che abbia nell’organo direttivo una persona che ha o ha avuto incarichi politici di qualsiasi tipo e che abbia ricevuto un contributo di 550 euro a febbraio, entro il 31 marzo dovrebbe adempiere a questo obbligo di comunicazione per non incorrere nelle sanzioni sopra richiamate.

Motivo in più per sperare che una soluzione sia presto trovata.

Commenti

Il problema di fondo è che il terzo settore è _davvero_ un ricettacolo di corruzione, clientelismo e illegalità, come elusione fiscale e prestazioni lavorative camuffate. Non ci si può nascondere davanti a certe e diffusissime pratiche.

Ovvio che le regole colpiranno gli onesti in modo negativo, ed è un problema. Ma detto ciò, mi chiedo cosa si possa fare per scoraggiare i numerosi abusi.

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Caro Luther, l’affermazione che il Terzo settore «è davvero un ricettacolo di corruzione ecc.» è sicuramente un luogo comune oggi molto diffuso grazie a una certa morbosità dei media, ma non un dato effettivo. Quante delle 300.000 organizzazioni di terzo settore operanti in Italia sono incorse in episodi comprovati corruzione o altri reati simili nell’ultimo anno? 5? 10? Altri tipi di enti (imprese, partiti, ecc.) sono sistematicamente meno “illegali” così che si possa dire che effettivamente vi è una relazione tra terzo settore e determinate forme di illegalità?
O invece questa morbosità dei media è così diffusa per delegittimare non solo il Terzo settore in quanto tale, ma la stessa idea che vi possa essere nel nostro Paese un giacimento prezioso di azioni per il bene comune, per contrastare povertà, esclusione, degrado, ecc.? Insomma, per affermare che anche chi dice di agire per il bene comune ha in realtà interessi personali che lo rendono simile (anzi, peggio) di tutti gli altri…
Ma veniamo al merito: riteniamo davvero che imporre obblighi burocratici insostenibili – di nessuna utilità per individuare eventuali illegalità – ad un gruppo di volontari laddove uno dei membri del direttivo abbia fatto il consigliere comunale alcuni anni addietro risponda ad un qualche interesse generale? Per quale motivo? Vi è chi sa sostenere una effettiva buona ragione per la quale questo provvedimento è, nel merito, utile e sensato?
Se vi sono delle motivazioni plausibili, lieto di confrontarmi. Altrimenti si tratta di un accanimento immotivato e, tra l’altro, inutile.

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