Migrazioni

Il fenomeno migratorio e le condizioni degli stranieri in era pandemica

La crisi sanitaria, sociale ed economica provocata dalla pandemia da Covid-19 non ha risparmiato nessuno, tuttavia alcuni gruppi di popolazione ne hanno subìto gli effetti in modo più drammatico. Tra questi vi rientrano, per almeno due motivi, i cittadini stranieri. Da un lato, le restrizioni imposte dal lockdown sia in termini di mobilità che di possibilità occupazionali hanno maggiormente colpito questi ultimi, le cui posizioni lavorative risultano già notoriamente meno tutelate rispetto a quelle degli italiani. Dall’altro lato, le famiglie straniere regolarmente residenti in Italia, ma ancor più i rifugiati e i richiedenti asilo, hanno pesantemente subìto gli effetti della pandemia a causa di una maggiore difficoltà di accesso ai servizi sociali e sanitari, e del superiore rischio di cadere in situazioni di fragilità ed esclusione socialePer un approfondimento relativo alla condizione di povertà dei cittadini stranieri durante la pandemia si veda l’articolo di Eleonora Gnan La povertà dei cittadini stranieri prima e dopo la prima fase dell’emergenza sanitaria pubblicato su Welforum il 2 novembre 2020..

A partire dai più recenti dati e rapporti di ricerca condotti a livello nazionale ed europeo segnalati su Welforum, l’articolo cerca di delineare le principali evidenze e i nodi critici che hanno caratterizzato il fenomeno migratorio e le condizioni della popolazione straniera in Italia durante l’anno della pandemia.

 

 

Crollano i flussi migratori verso l’Italia  

A partire dai primi mesi del 2020, l’improvviso scatenarsi della pandemia ha prodotto effetti considerevoli sul fenomeno della mobilità e delle dinamiche migratorie: basti pensare non solo alla riduzione della fruizione dei mezzi di trasporto, ma anche e soprattutto alla chiusura delle frontiere e al conseguente blocco dei ricongiungimenti familiari, che costituiscono oggi il principale flusso migratorio regolare a livello mondiale.

Il blocco della mobilità e la chiusura delle frontiere hanno interessato anche l’Italia che, secondo i dati pubblicati da Openpolis, ha registrato nell’ultimo periodo una notevole riduzione dei flussi migratori e del numero di nuovi sbarchi via mare. Nel 2020 gli arrivi sono stati circa 34 mila, un numero in linea – se non addirittura inferiore – con il periodo precedente allo scoppio della cosiddetta “crisi dei rifugiati” tra il 2014 e il 2016, dove i nuovi arrivi hanno superato le 181 mila unità. Una simile tendenza sembrerebbe – seppur con le dovute cautele – essere in atto anche per quest’anno: al febbraio 2021 sulle nostre coste sono sbarcate poco più di 5 mila persone, circa il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ma meno della metà dei primi due mesi del 2017.

D’altro canto, il XXVI Rapporto sulle migrazioni di Fondazione ISMU segnala un moderato calo nel complesso della popolazione straniera in Italia già a partire dal 1° gennaio 2020, quando la presenza era di 6,19 milioni di stranieri contro i 6,22 milioni al 1° gennaio 2019. Tale riduzione interrompe quindi una lunga tradizione che vedeva la popolazione straniera nel nostro Paese in costante crescita, ed è la risultante di un moderato aumento del numero di residenti (+51 mila), compensato da una diminuzione sia della componente irregolare (-45 mila) sia di coloro che si qualificano come regolari ma non risultano (ancora) residenti (-38 mila).

Il quadro finora descritto è confermato anche dagli ultimi dati pubblicati da Eurostat relativi alle richieste di asilo in Europa nel 2020, che attestano la tendenza che vede l’Italia, con 26.535 domande, all’ultimo posto nell’accoglienza dei migranti tra gli Stati europei più grandi. I numeri registrati nel nostro Paese risultano essere inferiori a un quarto di quelli censiti in Germania che, con quasi 122 mila domande, continua ad essere la meta privilegiata dai migranti, seguita da Francia e Spagna.

I dati Istat sul bilancio demografico relativo al 2020 mettono poi in luce come il saldo migratorio italianoIl saldo migratorio consiste nella differenza tra il numero degli iscritti all’anagrafe per immigrazione e il numero dei cancellati per emigrazione. abbia registrato un brusco calo, tornando ai livelli precedenti il boom migratorio avviatosi tra il 2002 e il 2007. Nel corso dell’anno passato, i nuovi ingressi nel nostro Paese (220.533) hanno infatti superato le uscite verso l’estero (141.900) soltanto di 80 mila unità. Nonostante le iscrizioni dall’estero presentino per tutto il 2020 una variazione negativa mentre le cancellazioni alternino il segno a seconda della fase temporale, sia le une che le altre crollano drasticamente durante la prima ondata, registrando rispettivamente tassi al -66,3% e -37,3%. Secondo l’analisi condotta dall’Istituto Carlo Cattaneo, il crollo dei movimenti migratori nel nostro Paese – senz’altro effetto delle ripercussioni sul mercato del lavoro e delle restrizioni alla mobilità territoriale imposti dalla pandemia – costituirebbe il naturale proseguimento di un processo già attuato a partire dalla crisi economica del 2008 e che la pandemia avrebbe solamente contribuito ad accelerare.

 

 

Aumentano le disuguaglianze tra popolazione straniera e autoctona

Lavoro, salute e scuola sono i tre ambiti sui quali la pandemia nel nostro Paese ha provocato un maggiore aumento delle disuguaglianze tra cittadini migranti e italiani. Vediamoli brevemente.

 

Il lavoro. Il V Rapporto annuale dell’Osservatorio sulle migrazioni del Collegio Carlo Alberto e del Centro Studi Luca d’Agliano mette in evidenza come i lavoratori migranti, rispetto agli autoctoni, siano stati più esposti alle conseguenze negative della crisi economica provocata dalla pandemia. Utilizzando i microdati Istat sulle forze di lavoro fino al secondo trimestre 2020, la ricerca analizza le conseguenze che il Covid-19 ha avuto sui lavoratori immigrati in Italia. Se prima della pandemia la probabilità d’occupazione per gli immigrati era di 1,5 punti percentuali più bassa rispetto a quella dei nativi, dopo la pandemia tale svantaggio è salito a 4 punti percentuali, con conseguenze preoccupanti soprattutto per le donne straniere che risultano essere le più penalizzate. Il peggioramento del differenziale tra la probabilità di occupazione di stranieri e autoctoni durante la pandemia è infatti da attribuire in particolare alla disparità tra donne straniere e italiane, passata dal 4,2% del primo trimestre del 2019 all’8% del primo trimestre del 2020.

Allo stesso tempo, il Covid-19 ha messo in luce l’elevata presenza di migranti tra i key-workers impegnati nella produzione di servizi essenziali, rivelandone e rafforzandone la vulnerabilità per via della loro sovra-rappresentazione tra i titolari di un contratto di lavoro a tempo determinato, della loro maggiore concentrazione nei settori più vulnerabili del mercato del lavoro e in professioni difficilmente svolgibili da remoto (nella filiera agroalimentare, nel settore sanitario e della cura, nella logistica). Occorre infine considerare due ulteriori elementi: da un lato, la perdita del lavoro e/o la riduzione del reddito hanno ridotto del 20% – come riportato da Banca Mondiale – le rimesse inviate alle famiglie di origine e, dall’altro lato, per molti stranieri alla perdita del lavoro potrebbe accompagnarsi quella del permesso di soggiorno, con conseguente caduta nell’irregolarità e nel rischio di povertà ed esclusione sociale. Anche per questo motivo risulta quanto mai opportuno accelerare il compimento delle procedure di regolarizzazione che oggi risultano – come denunciato dal Report di monitoraggio di Ero Straniero – a rischio di fallimento. I dati di Ministero dell’Interno, Prefetture e Questure territoriali, associazioni di tutela e patronati che hanno seguito i cittadini stranieri e i datori di lavoro nella presentazione delle domande di regolarizzazione, evidenziano infatti come solo lo 0,7% delle oltre 200 mila domande accolte nella scorsa estate si sia trasformato in un permesso di soggiorno.

 

La salute. Diverse fonti, tra cui Il Rapporto annuale 2021 del Centro Astalli, sottolineano come la pandemia abbia messo in evidenza le lacune del sistema sanitario e del welfare territoriale italiano, indebolendo tutele e misure di sostegno alla popolazione migrante, provocando un aumento delle vulnerabilità, emersioni tardive e prese in carico non tempestive. Un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato sullo European Journal of Public Health, mette in evidenza come, tra febbraio e luglio 2020, le infezioni di Covid-19 tra gli stranieri in Italia siano state diagnosticate in modo meno tempestivo, quando la malattia era in stadi più avanzati e con sintomi più gravi. A tale tendenza ha fatto seguito una più alta probabilità per i cittadini stranieri, rispetto agli italiani, di essere ricoverati in ospedale e in terapia intensiva.

Fondazione ISMU, nel rapporto prima citato, sottolinea inoltre come nell’aprile 2020 solo il 5,1% dei casi di Covid-19 notificati in Italia all’ISS si riferissero a cittadini stranieri. Diversi studi – anche precedenti alla pandemia – mostrano infatti come in generale i migranti presentino un rischio molto basso di trasmettere malattie alle popolazioni ospitanti ma, al contrario, corrano direttamente rischi maggiori a causa dei propri determinanti sociali della salute: presenza di barriere linguistiche, finanziarie, legali, culturali e sociali che ostacolano il rapido accesso ai servizi sanitari, ma anche condizioni abitative di sovraffollamento, mancato accesso ai servizi igienico-sanitari di base e maggior esposizione al rischio di contagio per via delle minori tutele sui luoghi di lavoro.

 

La scuola. È noto come, a livello scolastico, gli studenti stranieri o con background migratorio siano più svantaggiati di quelli italiani: gli inserimenti in classi precedenti a quelle teoriche di frequenza, le difficoltà linguistiche e le ripetenze rendono infatti più complesso il conseguimento degli obiettivi formativi da parte degli alunni stranieri, che tendenzialmente registrano performance peggiori in termini di votazioni rispetto ai loro coetanei italianiPer approfondimenti si veda l’articolo di Eleonora Gnan L’integrazione delle seconde generazioni in Italia pubblicato su Welforum il 5 giugno 2020.. Un ulteriore dato preoccupante è quello relativo alle quote, tra i giovani stranieri nati all’estero e residenti in Italia, di ELET (giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato studio e formazione con al massimo un titolo di studio secondario inferiore) e di NEET (giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione). Gli ELET nati all’estero sono il 32,3% del totale dei 18-24enni stranieri, ossia il triplo degli autoctoni; mentre i NEET stranieri rappresentano il 31,9% del totale dei 15-29enni nati all’estero.

Le differenze finora riscontrate tra alunni stranieri e italiani rischiano, in questo specifico momento storico caratterizzato dalla sospensione delle attività formative – ma anche ricreative e sportive – in presenza, di ampliarsi e cristallizzarsi nel tempo. O perché vivono in case sovraffollate senza spazi adeguati per lo studio, o perché non possiedono una connessione web stabile o dispositivi adeguati, o perché i genitori non dispongono di tempo e/o competenze per supportarli nel fare i compiti, sono proprio gli studenti stranieri e con background migratorio, spesso in condizioni di svantaggio socio-economico, linguistico e culturale, con bisogni educativi speciali e a rischio di dispersione e abbandono scolastico, ad essere maggiormente esposti alle conseguenze negative dell’interruzione delle attività didattiche in presenza e al rischio di esclusione sociale.

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